Come la pioggia

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La città dei sogni. Bagliori a San Pietroburgo.

bagliori a san pietroburgodi Chiara Rantini

Jan Brokken, Bagliori a San Pietroburgo, Iperborea, Milano, 2017

Jan Brokken, giornalista e scrittore olandese, dopo Anime baltiche, ritorna nuovamente nell’ex Unione Sovietica scegliendo la città che meglio rappresenta la cultura e la letteratura russe.

Brokken aveva già visitato San Pietroburgo nel 1975, durante il regime comunista, raccogliendo una serie di sensazioni e di suggestioni che, a causa delle limitazioni negli spostamenti, non potevano che essere parziali. Nel 2015, nel pieno dell’inverno russo, decide quindi di tornare nell’antica capitale. Ora è libero di andare dove vuole e facilmente può constatare quanto la città sia cambiata rispetto al passato, nel bene e nel male. I palazzi fatiscenti sono stati restaurati, le vie del centro sono ben curate ma c’è anche una controparte: l’ingresso incondizionato dei simboli del consumismo (Mc Donald’s, catene di negozi di grandi multinazionali, boutiques di lusso) non ha risparmiato gli angoli più pittoreschi della città. San Pietroburgo si è uniformata al modello di altre metropoli europee perdendo un po’ del suo fascino fin siècle che, paradossalmente, era ancora nell’aria nel 1975. Le pagine del libro di Brokken rievocano proprio questo glorioso passato artistico-letterario. A San Pietroburgo vissero i più importanti scrittori e artisti del XIX e XX secolo tra i quali Esenin, considerato dai pietroburghesi stessi come il più grande poeta della patria e Anna Achmatova che affrontò il dolore della persecuzione dei propri familiari da parte delle autorità sovietiche. Molti dei grandi letterati che qui soggiornarono presero la via dell’esilio continuando ad essere legati visceralmente a questa città pur nella lontananza: tra loro Nina Berberova e W. Nabokov. st-petersburg

Un posto d’onore spetta a F. Dostoevskij come il letterato che meglio seppe interpretare lo spirito di San Pietroburgo. Senza questa misteriosa e affascinante città non sarebbero nati capolavori come I demoni, Delitto e castigo o un racconto come Le notti bianche.

Da molti considerata come l’Amsterdam dell’est, San Pietroburgo fu pensata e costruita dallo zar Pietro il Grande nel secolo XVIII; come la gemella nederlandese, a cui si ispirava il sovrano, sorse sull’acqua, attraversata da una fitta rete di canali a pochissima distanza dal mare. Una città freddissima d’inverno, dal clima malsano e nebbioso nelle altre stagioni; un luogo che tra le sue brume può nascondere efferati delitti e grandi misteri.

Grazie ad una estesa ed accurata documentazione fotografica, il lettore di Bagliori a San Pietroburgo può incontrare visivamente il volto dei protagonisti che hanno fatto grande questa città. Così guardando il volto serafico e bellissimo del principe Jusupov è difficile riconoscere i tratti dell’assassino di Rasputin, come è arduo intuire nel sorriso giovanile di Esenin il presagio di una volontà suicida che lo porterà a morire in una camera d’albergo a soli 23 anni mentre era al culmine della propria fama di poeta. Prince_Felix_Yusupov

È doveroso ringraziare l’impegno di Brokken per aver raccolto tutte queste storie e averne fatto un unico libro raccontato con la mente e col cuore. Sì perché ciò che distingue questo testo da un qualsiasi volume di critica letteraria o di cahiers de voyages è proprio la partecipazione emotiva, l’attaccamento a San Pietroburgo che emerge da ogni singola pagina. Un monumento ad una delle più belle città d’Europa.

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Le porte della foresta. Un romanzo di Elie Wiesel

le porte della foresta wieseldi Chiara Rantini

Elie Wiesel, Le porte della foresta, Giuntina, Firenze, 2017

Quattro sono le stagioni dell’anno, quattro le prove della vita che Gregor, in fuga dal delirio della persecuzione nazista deve affrontare. Gregor ha perso tutta la sua famiglia, non ha più una casa, non ha più una nazionalità. In lui il processo di sradicamento, di cui parlava Simone Weil ne La prima radice, ha raggiunto il suo apice tanto che il giovane ebreo dubita perfino della propria identità, sospesa in una terra di nessuno, la foresta appunto, e in una zona di confine dove quattro lingue si confondono tra di loro: rumeno, ungherese, yiddish e tedesco. Gregor rischierebbe di perdersi definitivamente e di finire nella mani dei nazisti che lo stanno cercando se non incontrasse, nascosto come lui in un anfratto della foresta, Gavriel, un vero amico che accetta di sacrificare se stesso perché Gregor possa continuare a vivere. E così, assunto il nome dell’amico perduto e dell’angelo guerriero, si unisce ai gruppi di ebrei resistenti che hanno la loro base nei luoghi più inaccessibili della foresta. Ma la via della liberazione è ancora lunga e tortuosa, dovendo passare ancora una volta per il sacrificio di un amico, membro della resistenza. Nell’ultima stagione, la persecuzione è finita, Gregor ha sposato la donna amata dall’amico perduto. La pace è solo un’apparenza perché la guerra continua a generare i suoi effetti nefasti nelle anime di chi l’ha vissuta. Ciò che Gregor, alias Elie Wiesel, continua a chiedersi ripetutamente è quale parte di responsabilità abbia avuto Dio nella tragedia ebraica. Di fronte a tanto e tale orrore, il protagonista sente di doversi ribellare, accusando Dio per la sua cecità. Nelle ultime pagine del libro, discutendo con un chassid, Gregor arriva a mettere in dubbio la fede, interrogandosi su come si possa ancora credere in Dio dopo ciò che è avvenuto. È l’incomprensibilità del dolore che fa scaturire questa domanda a cui, però, il saggio chassid, messo duramente alla prova, risponde con un pensiero che mette in luce il significato della sofferenza nella vita umana:

È disumano volersi chiudere nel dolore, nel ricordo, come in una prigione senza porte, senz’aria. La sofferenza deve aprirci al prossimo, non fare dell’altro un estraneo. Il Talmud dice che Dio soffre assieme all’uomo. Perché? Per rafforzare i legami tra la creazione e il creatore. Dio sceglie il dolore per capire meglio l’uomo e farsi capire meglio da lui. (…)

Colui che si sottopone a una prova difficile deve ringraziare tre volte l’Onnipotente: in primo luogo, di avergli dato la forza di sostenere la prova; poi, di avervi messo fine e, in terzo luogo, di aver istituito la prova stessa. (…) Alla fine della sofferenza, alla fine del mistero, c’è Dio. E all’inizio? Dipende solo dall’uomo che egli sia presente anche all’inizio.

Dio dunque è sempre presente ma spesso l’uomo non avverte la sua presenza. È questo il problema di Dio e dell’uomo su cui tanta saggistica e letteratura ebraica si è confrontata a partire dall’avvento della Shoah. Anche questo libro di Wiesel in definitiva parla del rapporto tra il divino e l’umano e lo fa usando un linguaggio tragico, passionale, a tratti poetico: uno stile comune a molti altri testi di Wiesel, a partire dai quali, i lettori possono continuare a riflettere sul periodo più buio della storia europea.

Nel giardino dei cosacchi. Brokken incontra Dostoevskij

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Jan Brokken, Il giardino dei cosacchi, Iperborea, Milano, 2016

Dopo Anime baltiche, Brokken torna nuovamante ad oriente spingendosi fin nel cuore della Russia tra gli Urali e gli Altaj. Sospeso tra realtà storica e finzione letteraria Il giardino dei cosacchi è narrato in prima persona da Alexander von Wrangel, barone russo-baltico che appena ventenne assiste al plotone di esecuzione che avrebbe dovuto condannare a morte Dostoevskij. Il grande scrittore russo ricevette la grazia all’ultimo momento ma fu destinato ai lavori forzati in un luogo sperduto della Siberia. Qui, alcuni anni dopo, si ritrovano i due protagonisti, giudice l’uno, coscritto l’altro. Nasce tra di loro una profonda amicizia inizialmente fatta di interessi comuni – soffrivano moltissimo del loro isolamento culturale – ma che, in seguito, assume un carattere fortemente confidenziale. Entrambi innamorati di due donne sposate, trovano conforto cercando un po’ di pace ai loro affanni nella reciproca compagnia all’interno di un lussureggiante giardino strappato all’aridità della steppa asiatica, giardino che è l’emblema di rinascita e di civilizzazione.

Von Wrangel avrà un ruolo fondamentale nella riabilitazione di Dostoevskij sia come uomo che come scrittore. L’autore delle Notti bianche, per quanto debitore, manterrà viva la fedeltà verso l’amico  durante l’esilio in Siberia, salvo poi, a riabilitazione avvenuta, disconoscere questa stessa fedeltà per banali questioni finanziarie. Si tratta quindi di una grande amicizia che innalzatasi fino alle vette supreme della condivisione finisce miseramente nel fango della mediocrità quotidiana. Un triste epilogo che Brokken riesce a narrare magistralmente illustrandone le luci e le ombre.

Di seguito, vi lasciamo alcune citazioni tratte dal testo.

Buona lettura!

Spring seamless background with blooming branches of cherryA volte la speranza è un’esperienza più intensa dello stesso vissuto.

La maggior parte delle persone è superficiale nei propri sentimenti, lui era di una profondità infinita. Era come se mi mostrasse che l’amore è una questione di capacità di resistenza, come la vita stessa.

Di tutte le scuole, viaggiare non è forse la migliore – quella dev’essere l’amore – ma è sicuramente è la più varia.

 

LA PUREZZA DEL GIOCO DELLA VITA. IL “FAIR PLAY” DI TOVE JANSSON

fair playdi Chiara Rantini

Tove Jansson, Fair play, Iperborea, Milano, 2017

Due amiche. Due artiste. Lavorano a poca distanza l’una dall’altra vivendo in una casa comune su un’isola a largo di Helsinki, condividono delle passioni, si confrontano, a volte litigano ma tornano sempre a parlarsi. Questa è la loro vita narrata con una scrittura delicata, lieve e tuttavia concreta da Tove Jansson, autrice finlandese di lingua svedese maggiormente nota per essere l’ideatrice dei Mumin.

“Fair play” è una raccolta di brevi racconti che si possono leggere in continuità o separatamente; sono piccole schegge di vita, velatamente autobiografiche, in cui la scrittrice, attraverso le vicende di Mari e Jonna, racconta dei rapporti umani, dell’amicizia, della centralità del lavoro come realizzazione di sé e di come in tutto questo, giochi un ruolo fondamentale l’amore. Lavoro e amore sono gli imperativi della Jansson a cui cercò di essere fedele in tutta la sua vita. Non a caso questo libro fu pubblicato in tarda età, quando già erano passate per lei settantacinque estati, ovvero nel momento in cui, anche nella scrittura, si avverte la necessità di tracciare un resoconto della vita trascorsa, sul suo significato in mezzo ad un’apparente mescolanza di disordinati episodi.

Questo testo è anche il tentativo di rendere onore ad una amicizia che, nel caso della Jansson, durò per più di quaranta anni, un libro che è la prova di come sia difficile, ma non impossibile, curare le relazioni umane senza dover rinunciare a se stessi, senza doversi annullare nell’altro, senza perdere la capacità di essere empatici, compassionevoli, comprensivi.

Fa da sfondo a queste vicende di vita quotidiana la raffinata bellezza del mar Baltico, con la sua luce settentrionale, la purezza e la nitidezza delle forme che già di per sé sono un’opera d’arte. E l’arte non a caso ha un posto importante in questo libro e non solo perché una delle due protagoniste è pittrice e intagliatrice del legno. L’arte la si respira nelle parole, nelle descrizioni che la Jansson fa anche del più piccolo dettaglio, come ad esempio in un bellissimo brano, che chiude questa mia recensione, in cui Mari riceve un noto artista polacco. I soggetti della sua arte sono semplicemente “mani”, pensate e create però come se fossero il centro del corpo e lo specchio dell’anima. Così la Jansson ce le descrive:

Una dopo l’altra, le mani venero spacchettate e disposte davanti a Mari, che le osservò in silenzio.

Erano incredibilmente belle. Mani timide, mani avide, riluttanti, imploranti, indulgenti, mani che esprimevano rabbia o tenerezza. Mari le sollevò una a una.

Si era già fatto piuttosto tardi. Alla fine disse: «Sì. Capisco.» Esitò un istante, poi proseguì: «Qui c’è tutto. Perfino la pietà. (…)»

 

Quando avevamo ancora dei sogni. Vita e adolescenza nella Germania riunificata

di Chiara Rantini

clemens meyer eravamo dei grandissimiClemens Meyer, Eravamo dei grandissimi, Keller editore, Rovereto (Tn), 2016

 

Per approcciarsi a questo emozionante, complesso testo di Clemens Meyer consiglio di cominciare dal titolo in lingua originale. In tedesco “Als wir träumten” si traduce con “quando sognavamo” o meglio ancora con l’espressione “quando avevamo ancora dei sogni”. E sono proprio i sogni a costituire il motore della narrazione, la linfa di cui si alimentano i personaggi. Ci sono grandi sogni che toccano la collettività e piccoli sogni che coinvolgono il singolo individuo. In questo libro li incontriamo entrambi. Il testo di Clemens Meyer, infatti, ha il merito di essere riuscito a creare un’intesa tra ciò che la macro storia produce e ciò che si genera nella vita individuale. Non a caso, la narrazione si muove su capitoli non legati temporalmente. Questo andare continuamente avanti e indietro nel tempo serve a creare nel lettore quella giusta dose di incertezza necessaria a calarsi nel caos emotivo e storico generato dalla caduta del Muro di Berlino nelle città dell’ex-DDR. Ma entriamo nello specifico. Siamo a Lipsia, periferia est della città. Un gruppo di adolescenti, totalmente inconsapevole dei cambiamenti epocali che stanno avvenendo sopra le proprie teste, affronta l‘esistenza di tutti i giorni come se fosse una guerra. I giovani si dividono in bande che si fronteggiano le une contro le altre per il controllo del territorio. Di una di queste bande fa parte il narratore, Daniel Lenz che racconta della propria vita dai momenti che seguirono il novembre del 1989 fino ai primi anni Novanta. Sono anni di grandi cambiamenti dove il venir meno di una struttura rigida e vigile quale era il sistema scolastico e sociale del regime di Honecker genera una situazione di impasse in cui, sotto la bandiera della libertà conquistata (ma forse soltanto desiderata), succede di tutto. Il tessuto sociale viene meno e in questo clima alla “Trainspotting” dove spaziano bande incontrollate di giovani teppisti, niente sembra più avere un valore se non quello dellamicizia e della fedeltà al gruppo di appartenenza. Daniel e i suoi amici vivono ogni giorno come se fosse l’ultimo, in uno stato di tensione costante animata da furti di auto, bevute colossali, risse sanguinose e soste nei riformatori. Ciò che colpisce è il soccombere dell’istituzione familiare (in particolare i padri che escono totalmente sconfitti dal confronto generazionale, tema assai caro alla letteratura tedesca moderna e contemporanea) e l’impotenza delle autorità (civili, ecclesiastiche e scolastiche) che intervengono solo per punire e sanzionare. Ciononostante, il romanzo di Clemens Meyer non è privo di speranza. Anzi, pare che sia proprio in mezzo alla crudeltà della vita che possano emergere iceberg di umanità. I personaggi sono degli anti-eroi che difendono i loro sogni di amore, fratellanza e lealtà contro una realtà che non comprendono e che li annienta come individui. Ed ecco quindi l’importanza del titolo. Tutti i cambiamenti generano dei sognatori perché nel passaggio a qualcosa di diverso tutti sperano di poter vedere realizzati i propri desideri. Daniel vorrebbe credere nei propri sogni di amore (nei confronti di una “pioniera”, Katja, che fugge senza preavviso all’Ovest, verso un’amica, Estrellita, che vede scivolare velocemente nella droga e nella prostituzione) ma la storia gli offre sempre il lato peggiore della realtà. E tuttavia Daniel continua a sognare e a sperare legandosi sempre di più a ciò che può dargli ancora amore, sia esso l’affetto degli amici o quello di un cane.

Da ciò pare evidente che lo scrittore voglia lasciare a noi lettori un chiaro messaggio, ovvero che non si può vivere senza il calore degli affetti e che, nella vita, c’è un’unica risposta alla durezza della realtà e un’unica via di uscita dalla spirale della violenza. L’amore.

Buona lettura!

“SENZA PIÙ DOVER SCENDERE A VALLE”. LE OTTO MONTAGNE DI PAOLO COGNETTI

di Chiara Rantini

Cognetti le otto montagnePaolo Cognetti, Le otto montagne, Torino, Einaudi, 2016

Candidato alla vittoria del prestigioso “Premio Strega”, Le otto montagne di Paolo Cognetti è un libro a cui non si può restare indifferenti poiché molteplici sono i livelli di lettura, dal più superficiale che si limita all’intreccio, tra l’altro molto ben costruito, a quello più profondo che tocca temi come la solitudine, l’amicizia e il senso della vita.

Leitmotiv della narrazione sono le montagne, le Alpi piemontesi in tutta la loro selvaggia bellezza. Anzi, possiamo dire, in questo caso, che senza le montagne non ci sarebbe stata alcuna storia dato che il rapporto che il protagonista Pietro, io-narrante, instaura, sin dall’infanzia, con questi giganti di pietra condiziona totalmente il corso della sua vita, nel bene e nel male. E non è il solo. Con lui, c’è l’amico di sempre, il piccolo montanaro Bruno. Insieme vanno alla ricerca di una dimensione esistenziale, confrontandosi, completandosi, interrogandosi a partire da ciò che la montagna comunica loro. La montagna può essere vita, gioia, appagamento ma anche morte, delusione, rabbia.

Sono gli anni del boom economico in Italia e il sogno di una vita comoda in città conquista gli abitanti della montagna. Progressivamente, come si legge nelle pagine di Cognetti, i paesi, gli alpeggi si spopolano mentre le vie di comunicazione di un tempo e le opere costruite con tanta fatica per contenere la furia degli agenti atmosferici si deteriorano lasciando alla natura, il potere di scatenarsi e di riconquistare a modo suo ciò che un tempo l’uomo aveva governato. Oltre a questa riflessione di natura ecologica, sembra però di percepire, nella voce narrante del protagonista, una sorta di accettazione di questa condizione come se solo di un destino dominato dalla supremazia della natura potessero alimentarsi la nostalgia e il desiderio di fare ritorno all’antica patria seguendo molteplici vie (i sentieri e i fuori-pista) che altro non sono che metafore della continua ricerca di se stessi.

Bruno e Pietro manterranno integra, come neve immacolata, la loro amicizia nonostante le avverse vicissitudini e i diversi stili di vita ma nessuno dei due riuscirà a salvare l’altro dal proprio destino, di morte per Bruno, di irrequieta erranza per Pietro perché come si legge nella chiusa del libro… in certe vite esistono montagne a cui non è possibile tornare…e … non resta che vagare per le otto montagne per chi, come noi, sulla prima e più alta ha perso un amico.

Le ferite della storia. Un romanzo di Sepp Mall

sepp malldi Chiara Rantini

Sepp Mall, Ai margini della ferita, Keller editore, Rovereto (TN), 2014

Affrontando tematiche di importanza storica, questo romanzo dello scrittore altoatesino Sepp Mall, si addentra nelle problematiche di convivenza tra popoli di lingue e culture diverse, italiani e sudtirolesi. Ma lo fa con un tocco commovente, facendo percepire al lettore le emozioni contrastanti dei protagonisti prigionieri di questa piega della storia italiana così drammatica e paradossale.

Il romanzo è costruito secondo una sapiente architettura in cui le vicende di una giovane infermiera dedita al lavoro e alla cura di Alex, il fratello balbuziente, si intrecciano con quelle di un bambino alle soglie dell’adolescenza il cui padre scompare misteriosamente nelle carceri milanesi. Su di esso e sul giovane Alex pende l’accusa di essersi macchiati del reato di terrorismo in una Bolzano travolta dal boom economico dei primi anni ’70.

Ciò che rende interessante il romanzo è dato dal fatto che i personaggi della storia non sembrano avere un ruolo attivo ma di fatto vivono una condizione di sottomissione a una sorta di esistenza schizofrenica dove le divisioni e le ghettizzazioni condizionano nel male la vita di ogni giorno. Non ci sono buoni o cattivi, né vittime né carnefici ma su tutti aleggia un senso di colpa ancestrale da cui riesce difficile liberarsi. Da questo meccanismo storico ben avviato sembra impossibile scegliere un’altra strada se non quella della solidarietà nel dolore e nell’amore tra chi è rimasto solo, orfano ribelle nei confronti della storia.

Un romanzo da leggere tutto d’un fiato e che lascia spazio a profonde riflessioni.