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Vita e morte nella brughiera. Un romanzo breve di Frances Hogdson Burnett

di Chiara Rantini

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Frances Hodgson Burnett, Le anime bianche, Panesi Edizioni, Cogorno (Ge), 2015

Le anime bianche (The white people) è un breve romanzo di Frances Hodgson Burnett, la scrittrice anglo-americana vissuta a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Narrata in prima persona, la storia ha per protagonista Ysobel, una giovane ereditiera che ha perso i genitori alla nascita ed è stata allevata dai due tutori Jean, la governante e Angus, il bibliotecario. La piccola protagonista vive nel castello di Muircarrie in una remota regione nebbiosa delle Highlands scozzesi. Sin dalle prime battute del testo, appare subito la particolarità di Ysobel; essa non è come tutti gli altri bambini e si distingue per il suo carattere solitario che la porta a fare lunghe passeggiate nella brughiera, osservando la natura e tutti i suoi cambiamenti. Pur essendo consapevole della propria diversità non sembra soffrire della propria solitudine. Suoi compagni di gioco sono i libri della vasta biblioteca ereditata dal padre e una pallida fanciulla incontrata, un giorno, nella nebbiosa brughiera. Si tratta del suo primo incontro con un’anima bianca, ovvero con lo spirito di una bambina morta molti secoli prima, che Ysobel, inizialmente ignara del suo potere di vedere le anime dei defunti, crede una creatura viva. Nel corso degli anni, questo genere di contatti con presenze ultramondane si ripete spesso ma non assume mai l’aspetto di un evento inquietante o spaventoso; al contrario, le anime bianche che Ysobel incontra in svariate circostanze, si distinguono per la delicatezza, la bontà e il senso di pace interiore che sanno trasmettere in ogni loro atteggiamento. La vita di Ysobel sembrerebbe chiudersi in questa bolla di irrealtà se non fosse per l’incontro con un noto scrittore del tempo Hector MacNairn, per il quale Ysobel nutre una speciale venerazione. Per amore di lui e della sua affettuosa madre, accetta di reintegrarsi nella società mondana, per quanto solo momentaneamente poiché la sua vita riprende quasi subito a scorrere nella consueta solitudine, questa volta condivisa con madre e figlio MacNairn nella loro residenza di campagna. Il romanzo termina con un finale aperto dove Ysobel, finalmente consapevole del proprio dono, consacra definitivamente la propria vita a quel sentimento di amore e di dedizione nei confronti del prossimo che l’aveva caratterizzata sin dall’infanzia.
Da questa bellissima lettura emergono non soltanto il talento narrativo dell’autrice ma anche alcuni dettagli che rimandano al personale rapporto con il suo primogenito e con la spiritualità. Già, perché il libro è dedicato al figlio della Burnett, Lionel, scomparso a soli quindici anni a causa della tubercolosi, evento che ebbe conseguenze in tutto il resto della vita della scrittrice. Nella figura di Hector, che Ysobel descrive, sia per indole che per bellezza, simile ad un arcangelo, la scrittrice tratteggia l’immagine – rendendola eterna per mezzo della scrittura – del figlio che la morte gli ha crudelmente sottratto. Ed è proprio il tema della morte e della sua interpretazione all’interno della vita umana che potrebbe fare di questo testo il punto di partenza di una riflessione più profonda. Ysobel oltre a possedere il dono di vedere le anime dei defunti, ha una caratteristica non comune tra il genere umano: non teme la morte, o almeno non la teme in quanto ultima e definitiva fase
dell’esistenza. Di fronte all’ineluttabilità del destino di Hector segnato da una malattia incurabile, Ysobel non dispera affatto. Per bocca della giovane protagonista, la Burnett rivolge ai lettori il suo pensiero carico di speranza: la morte non segna la fine di un’esistenza ma il passaggio ad un’altra dimensione, ad un altro ordine di vita. Si tratta di un nuovo inizio, di una rinascita o meglio di un risveglio alla libertà come lo definisce l’autrice. Ysobel stessa parla di liberazione dalla schiavitù della morte, ovvero della liberazione da una paura infantile che tanto condiziona e determina ogni azione e condizione interiore nella nostra vita sulla terra. La morte quindi è colta come l’occasione di un grande cambiamento in cui ci si risveglia in un altro posto. Non sappiamo se questa convinzione di Ysobel sia all’origine della sua capacità di vedere il non visto o viceversa, ma la Burnett mette in evidenza l’esistenza di una stretta connessione tra l’aspetto teorico e quello pratico della questione.
Non poteva mancare un cenno all’estro dell’autrice nel descrivere al lettore l’ambiente della
brughiera che presta la sua bellezza mistica e misteriosa a scenario perfetto per lo svolgimento della storia. Ed è infatti con una citazione “descrittiva” che termina questa breve nota di segnalazione di un libro che merita davvero di essere letto e meditato. Buona lettura a tutti voi lettori!csm_1003-Lueneburger-Heide-Landschaft-Totengrund__c_Lüneburger_Heide_GmbH_55265d4712

La brughiera esibiva il suo lato più misterioso quando mi svegliai l’indomani mattina. Era molto
presto e si era nascosta nelle sue più soffici nevi di bianca e avvolgente foschia. Solo qua e là la
cima di qualche oscuro abete faceva capolino sopra di essa, e di tanto in tanto il candore si diradava, fluttuando altrove.

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