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“Siamo tutti in pericolo”. Pasolini quarant’anni dopo.

di Daniele Marletta

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi.” (1) Questa frase un po’ enigmatica e lapidaria Pasolini la pronunciò la sera prima di quel 2 Novembre del 1975 che vide il suo corpo ormai cadavere consegnato agli occhi indiscreti dei giornali. Non sappiamo esattamente quale impressione dovesse averne Furio Colombo nel registrarla, ma possiamo facilmente immaginare l’effetto che essa dovette avere su di lui nei giorni immediatamente successivi. Tutta l’intervista che il giornalista raccolse quella sera era un terribile j’accuse contro l’ordine orrendo della cultura di quegli (e anche di questi nostri) anni: un ”ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere.

Pasolini non è mai stato un autore realmente amato in Italia. Odiato dalla destra, visto con malcelata malevolenza dal mondo cattolico, criticato e osteggiato dalla cultura di sinistra, che aveva in lui certamente uno dei suoi più grandi esponenti, ma anche una poderosa spina nella carne, egli si dimostrò, soprattutto negli anni settanta, come una vera pietra di scandalo della cultura italiana. Se infatti fino ad un certo momento egli era potuto apparire un intellettuale marxista come tanti (come un Moravia o un Fortini qualunque), gli ultimi suoi anni mostrano una progressiva chiarificazione di pensiero, che sempre più fa di lui un corpo estraneo nel dibattito culturale del tempo.

Pasolini non fu mai marxista nel significato pieno e autentico della parola. La sua adesione al Partito Comunista (dal quale egli venne comunque radiato già nel 1953) fu dettata più da un sentimento di religiosa vicinanza alle classi oppresse che non all’idea della lotta di classe. Questo era chiaro in realtà già vent’anni prima di quella sua ultima intervista, ci basta aprire i suoi libri per capirlo:


attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione

la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza: è la forza originaria

dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,
a darle l’ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica…(2)


E’ a Gramsci che il poeta rivolge queste parole. Già al tempo delle Ceneri Pasolini si dimostra una “forza del passato”, o, per dirla meglio, un “inattuale”. E tale è rimasto. Nessun erede, nessun autentico continuatore.

Massimiliano Parente ha scritto che “Pasolini è un santino, il simbolo che rappresenta l’intellettuale impegnato, il mix tra marxismo e cristianesimo. A parte i suoi romanzi, che sono illeggibili, era perfino antiabortista, e il suo “io so” è tipico dell’italiano medio complottista che non sa nulla, ma manderebbe in galera chiunque.”(3) E’ abbastanza frequente che autori generalmente poco significativi provino a cercare un po’ di popolarità giocando a fare gli iconoclasti (in questo caso con una icona della cultura italiana) Questo giudizio lapidario di Parente ci ricorda d’altra parte quello ugualmente lapidario del ben più noto André Frossard:


“Ci dicono che questo celebre cineasta italiano, ora morto in condizioni particolarmente sinistre, non ha mai cessato, durante la sua vita, di proclamare il suo non conformismo. In effetti: leggo la sua biografia ed apprendo che egli si rifaceva al marxismo, il che è di una originalità folle e quasi scandalosa oggi, soprattutto tra gli intellettuali, soprattutto in Italia, dove non c’è più di un marxista su due elettori. Egli ha ottenuto per ben due volte il gran premio dell’Ufficio cattolico del cinema, di cui tutti sanno che è pieno di acrobati rivoluzionari la cui reputazione di ardimento è ormai consolidata. Infine, il suo ultimo film, che sarà presentato tra qualche giorno, è un adattamento delle Centoventi giornate di Sodoma di quel caro vecchio marchese de Sade le cui care vecchie manie ispirano due cineasti su tre. Bisogna convenire che è impossibile portare il nonconformismo più avanti di così senza cadere nell’insignificanza, a forza di esagerazione.” (4)

Non sappiamo se Frossard si sia mai dato la pena di leggere qualcosa di Pasolini. Di certo tra le pagine delle sue Lettere luterane avrebbe potuto trovare la chiave di interpretazione del suo nonconformismo, che fu un nonconformismo del tutto peculiare. Dobbiamo però a Frossard per lo meno un favore: il suo giudizio caustico causò una risposta da parte di un altro intellettuale italiano, rimasto anche lui senza eredi. Leonardo Sciascia, proprio in risposta all’articolo di Frossard pubblicò infatti su Rinascita quello che è forse il più lucido tentativo di lettura del poeta delle Ceneri.

“C’è del conformismo nel proclamarsi marxista, e specialmente in Italia; c’è del conformismo e non c’è alcuna originalità nel continuare ad essere cattolico in un paese cattolico; c’è del conformismo e molta banalità nel manipolare per il cinema le care vecchie manie del caro vecchio marchese de Sade: ma questi tre conformismi messi insieme, e vissuti per come Pasolini li ha vissuti, hanno prodotto un tragico, disperato anticonformismo; un risultato tra i più significativi e duraturi (duraturo nel senso che anche se Pasolini sarà dimenticato in esso ci dibatteremo ancora per molti anni) del nostro tempo.” (5)

E’ proprio a partire dalle care vecchie manie del caro vecchio marchese de Sade che i tre conformismi di Pasolini diventano qualcosa di assolutamente nuovo per quegli anni, che rimane assolutamente nuovo ed inedito anche ai nostri giorni. Il terribile Salò-Sade è innanzitutto un film che parla di salvezza, e lo fa da un punto di vista che è assolutamente cristiano. “Dio perché ci hai abbandonati?” urla nel film una delle vittime. Quella domanda è il punto-chiave del film, e probabilmente anche la chiave dell’intera produzione pasoliniana.


“Siamo tutti in pericolo”, dunque, come diceva il poeta al termine di quella intervista. Il male, l’inferno, sale a noi nelle forme più diverse, dalla desacralizzazione della vita alla sua contabilizzazione: tutto si fa moneta, tutto si fa interesse. Nel ciclo di produzione e consumo sembra che non ci sia posto per nient’altro che l’idea di possedere e quella di distruggere. Questa è l’inattualità di Pasolini. Resta soltanto da porci una domanda: chi è disposto, oggi, ad ascoltare un messaggio del genere?


(1) Intervista tratta da Tuttolibri, settimanale d’informazione edito da La Stampa, pubblicata l’8 novembre del 1975, a pagg. 3- 4

(2) Le ceneri di Gramsci, in P. P. Pasolini, Bestemmia. Tutte le poesie, Garzanti, 1993, p. 228

(3)  Massimiliano Parente: quanto è bello farsi odiare da tutti
http://archivio.panorama.it/cultura/libri/Massimiliano-Parente-quanto-e-bello-farsi-odiare-da-tutti

(4) André Frossard, Non conforme, su “Le Figaro”, 4 Novembre 1975 (Citato in Leonardo Sciascia, Dio dietro Sade, in “Rinascita” n. 49 – 12 Dicembre – 1975, p. 31)

(5) Ivi

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