Come la pioggia
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CALCARE. RIFLESSIONI SU UN RACCONTO DI ADALBERT STIFTER.

kalksteindi Chiara Rantini

Il calcare è una roccia sedimentaria che si è formata nei millenni da fossili stratificati. È quindi una roccia che ci potrebbe narrare molte storie. Calcare è anche il titolo di un racconto di Adalbert Stifter inserito nella raccolta Bunte Steine, Pietre colorate.

Kalkstein è un testo scritto con grande maestria e credo che non esista narrazione più discreta e, allo stesso tempo, audace nell’indagare l’animo umano.

Feci una prima lettura anni fa e subito mi colpì per la sua estrema semplicità e linearità. Inizialmente, l’impressione che ebbi fu quella di un bel racconto ma niente di più. Ora, sono giunta alla terza o quarta rilettura e comincio a scoprire le stratificazioni più profonde. La trama è molto semplice. Il testo narra la storia di un uomo che, nato in una famiglia di operosi imprenditori industriali, cresce e diventa adulto seguendo la via tracciata per lui dal padre. Ha un fratello gemello che partecipa dello stesso destino seppure in modo completamente diverso. Ma questa è solo la parte iniziale del testo che guarda a ritroso nel passato del protagonista. Il nucleo del racconto invece è incentrato sulla tarda maturità e sulla vecchiaia di quest’uomo che ha scelto di vivere, contrariamente a ciò che il destino “borghese” aveva previsto per lui, in solitudine e povertà, adempiendo al ministero ecclesiale in un piccolissimo paese della Stiria circondato da una terra brulla e sterile di aridi calanchi calcarei. L’uomo nasconde un segreto che sarà rivelato solo dopo la sua morte ma non è su questo aspetto dell’intreccio che vorrei dilungarmi. Ciò che è importante e che dà senso a tutta la narrazione è quello che segna una svolta nella vita di quest’uomo.

Il parroco del Kar, così viene chiamato il protagonista , pur obbedendo ai dettami paterni, non era mai riuscito a trarre profitto né dagli studi né dall’esperienza lavorativa nell’impresa di famiglia. Studiava senza apprendere, lavorava senza comprendere il senso del proprio lavoro. Quante volte abbiamo fatto anche noi questo stesso genere di esperienza, senza riuscire però a trovare un rimedio, andando avanti per inerzia e con una buona dose di superficialità! Ma il protagonista del racconto di Stifter fa qualcosa di sorprendentemente rivoluzionario: non abbandona la casa paterna per lanciarsi in una qualche peregrinazione romantica come sarebbe facile pensare, bensì decide coraggiosamente di fare tabula rasa e di ripartire dall’inizio, dalle prime nozioni rimaste incomprese fin da bambino, e da lì ripercorrere tutto il corso degli studi quasi fosse tornato indietro di molti anni. Dopo tale svolta, il protagonista cessa di essere un individuo qualunque e diventa un uomo in cui armonicamente convivono una dimensione intellettuale e una spirituale. Diviene perciò un uomo completo e in pieno possesso del suo futuro. Del proprio avvenire vuole fare un servizio alla comunità di coloro che non hanno voce nella società, ovvero dei bambini e dei più poveri. Perciò, non per diventare ricco e potente, mette a frutto la sapienza riconquistata con coraggio e dedizione ma per essere un uomo giusto e utile al prossimo. La dignità con la quale conduce la sua misera esistenza non può lasciare indifferente il lettore. Così come la morte, che in lui non ha niente di spaventoso, tingendosi di un’aurea di mistica attesa, come un epilogo necessario e affatto doloroso.

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Ricominciare da capo non ha quindi il senso di una sconfitta se questa azione è mossa dal desiderio di raggiungere una maggiore consapevolezza del proprio posto in questo mondo. E dato che le letture dovrebbero sempre arricchire la nostra vita credo che questo sia l’insegnamento più importante che possiamo trarre dal racconto di Stifter; non perseguire una via che per noi resta estranea ma avere il coraggio di lasciarsi alle spalle quel poco di sicurezza che ci può dare l’abitudine per intraprendere una via autentica e significativa.

Con tale augurio, vi invito a leggere e rileggere questa grande perla della letteratura mondiale.

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LE PORTE DEL CIELO. SCOPRIRE IL ROMANICO IN TOSCANA

le porte del cielodi Chiara Rantini

Simone Bartolini, Le porte del cielo. Percorsi di luce nelle chiese romaniche toscane, Ed. Polistampa, Firenze, 2017
Questo testo ha origine da uno studio approfondito sul simbolismo della luce all’interno delle chiese romaniche; nello specifico, la ricerca si concentra sull’osservazione della luce in alcuni periodi dell’anno: dal giorno di Pasqua agli equinozi e ai solstizi. Si tratta dunque di un lavoro dettagliato che prende in esame ben 44 chiese toscane, documentando tutta la ricerca con mappe e foto esplicative.

La consuetudine di costruire il tempio di Dio con orientazione verso il sorgere del sole fu praticata per gran parte del primo millennio ma si perse progressivamente a partire dal IX-X secolo, conseguentemente all’allontanarsi della chiesa d’Occidente dalla tradizione del cristianesimo antico e di fatto sovvertendo le indicazioni date dai Padri riuniti al Concilio di Nicea nel 325.

Fin dai testi evangelici e veterotestamentari, la luce è immagine di Dio e rivelazione della presenza del divino. Ne consegue il simbolismo legato a Cristo, inteso come sole nascente, luce che penetra nella notte e dissipa le ombre.

Il libro rappresenta inoltre un’ottima occasione per approfondire certi aspetti della storia religiosa locale e per promuovere la cura di luoghi importanti per la nostra cultura.

 
Simone Bartolini, lavora come cartografo presso la Direzione Geodetica dell’Istituto Geografico Militare. Appassionato di astronomia ha realizzato vari quadranti solari, tra cui ricordiamo l’orologio solare della piazza di Panicaglia nel Comune di Borgo San Lorenzo (FI) e il complesso gnomonico del parco pubblico del monastero buddista di Nan Lian Garden ad Hong Kong (primo premio al X concorso internazionale Shadow of Time). Ha scritto due libri riguardanti gli strumenti astronomici e le meridiane realizzate da Egnazio Danti nella basilica di Santa Maria Novella a Firenze ed il libro SOLE e SIMBOLI sugli zodiaci di San Miniato al Monte e del battistero di San Giovanni a Firenze. Scrive su riviste culturali e scientifiche italiane ed inglesi tra cui Gnomonica Italiana e The British Sundial Society.

INTERVISTA CON LA SCRITTRICE: CLAUDIA MUSCOLINO

Claudia2016Cari lettori, in questa breve intervista conoscerete Claudia Muscolino, una scrittrice fiorentina molto attiva nel panorama letterario degli autori emergenti. Le abbiamo chiesto di parlarci della sua poesia e dei rapporti che intercorrono tra di essa e la narrativa, quindi delle sue pubblicazioni e dei progetti per il futuro. Ma prima dell’intervista, qualche breve notizia biografica.

Claudia Muscolino è nata a Firenze; si è laureata in Scienze Politiche, attualmente è un funzionario della Pubblica Amministrazione. Da sempre ha coltivato una profonda passione per la poesia e la letteratura. Ha esordito come poetessa con ” Il Drago e le nuvole” e l’antologia ” Poesia Impura”. Il suo primo racconto è stato pubblicato nella raccolta “Tagli” curata da Marco Vichi e la sua prima opera di narrativa “A casa per Natale e racconti per tutto l’anno” è stato tra i vincitori del premio letterario Città di Murex 2016. Di recente è uscita la sua seconda raccolta di poesie “Carichi dispersi”.

L’intervista che segue è a cura di Chiara Rantini.

Come ti sei avvicinata al mondo della scrittura?

Ho sempre scritto poesie, fin da giovanissima. Per molto tempo, trascinata da vari eventi, l’avevo relegata a un ruolo secondario della mia vita, finché un’amica giornalista non mi parlè di una raccolta di poesie di poetesse arabe contemporanee. Quei versi fecero riemergere la mia passione e ho ripreso a scrivere poesie, fino a pubblicare nel 2012 una silloge “Il Drago e le nuvole”. Successivamente ho cominciato a dedicarmi anche alla narrativa, in seguito a un corso di scrittura creativa. Il mio primo racconto era intitolato “Sciopero!” e narrava una pagina di storia, sia familiare che politica, come me l’aveva tramandata mia nonna: con grande gioia è stata scelta per essere pubblicata nella raccolta “Tagli” curata da Marco Vichi.

Quali sono le tue fonti di ispirazione?

Gli eventi della vita quotidiana, i libri che leggo, i film, la natura, la famiglia, i viaggi che ho fatto e la città dove vivo. Non posso dire di avere una fonte precisa.

Prima viene la poesia o la prosa?

Viene prima la poesia: è stato il primo strumento che mi ha permesso di esprimermi, di dialogare con me stessa, con le parti di me più oscure. Grazie alla prosa, invece, ho imparato a entrare dentro gli altri.

Ci sono degli autori che hanno maggiormente influenzato il tuo personale percorso di scrittura?

Sono sempre stata una lettrice onnivora e ho moltissimi autori, ma soprattutto autrici, che mi hanno “guidata” nel mio percorso. Le prime sono state Jane Austen per la narrativa ed Emily Dickinson per la poesia seguite da molte altre!

Hai all’attivo una raccolta di racconti. Quanto potenziale ha questo genere di composizione letteraria rispetto al tradizionale romanzo?

Purtroppo nel nostro paese le raccolte di racconti non sono molto apprezzati e spesso vengono scartati dagli editori; altrove hanno più fortuna. Basti pensare che Alice Munro ha vinto un Nobel per la letteratura. Secondo me il racconto ha un grande potenziale: impedisce al lettore di distrarsi, tiene ancorati alle pagine e consente anche una lettura non continuativa. Questo dovrebbe avere una grande importanza in Italia dove il numero di chi legge continua a diminuire

Essere una scrittrice emergente significa anche poter incontrare e conoscere direttamente il pubblico di lettori. Quanto è importante, per te, questo tipo di esperienza?

Ha una grande importanza perché mi ha consentito, e mi consente, di creare un legame diretto con chi leggerà i miei libri. Per me costituisce una grande opportunità.

Progetti per il futuro?

Ho finito di scrivere il mio primo romanzo da alcuni mesi. Al momento non ho trovato un editore interessato alla pubblicazione, ma continuo ad avere fiducia: scrivere questo libro mi ha aiutata in un periodo molto difficile della mia vita, confermando il grande potere della narrazione. Significa molto per me, e mi auguro di poter fare in modo che presto i miei lettori abbiano un’altra occasione per leggermi e incontrarmi.

dragoRicordiamo le sue pubblicazioni:

-Il Drago e le Nuvole – Edizioni Rupe Mutevole 2012

-Poesia Impura, AA.VV. – Edizioni Divinafollia 2013

-Tagli 33 scritture, AA.VV. a cura di Marco Vichi – Edizioni Felici 2014

-A casa per Natale e racconti per tutto l’anno – Edizioni Porto Seguro 2016

-Tutte le facce di Firenze, AA.VV. – Edizioni Il Foglio 2017

-Storie- sostantivo femminile plurale, AA.VV. – Edizioni Nardini 2017  natal

-Carichi dispersi – Edizioni Il Poggio 2017

-Squilibri, AA.VV – Edizioni Porto Seguro 2017

Se volete approfondire la conoscenza della sua raccolta di racconti: https://comelapioggiablohttps://comelapioggiablog.wordpress.com/2017/01/31/a-casa-per-natale/g.wordpress.com/2017/01/31/a-casa-per-natale/

indexe della sua silloge poetica:

https://comelapioggiablog.wordpress.com/2018/01/09/il-peso-della-memoria-una-silloge-di-claudia-muscolino/

 

LA BELLEZZA CHE NON POSSIAMO SOPPORTARE. Pensieri sparsi sulla poesia di Alberto Blanco

radicedi Chiara Rantini

Alberto Blanco, La radice quadrata del cielo, Ensemble ed., Roma, 2017

Ho avuto la fortuna di incontrare Alberto Blanco, poeta messicano molto noto all’estero e ora pubblicato in Italia da Ensemble, a maggio di quest’anno nell’ambito della presentazione, al Caffè letterario Le Murate di Firenze, del suo libro “La radice quadrata del cielo”.

Classe 1951, laureato in chimica, sinologo e studioso di filosofia del linguaggio, Blanco è approdato alla poesia con la stessa semplicità e naturalezza che sono proprie della sua arte.

La sua infatti è una poetica dell’essenzialità, della precisione ed esattezza geometrica, di un’architettura sobria e perfetta in cui razionale e irrazionale, mente e spirito si muovono in totale armonia.

La raccolta si apre con una Dichiarazione dei principi in cui Blanco presenta se stesso. Si definisce un uomo di scienza ma non per questo ha la pretesa di fare del suo pensiero un postulato universale. Ogni scienziato ha le equazioni che si merita, e con ciò Blanco predispone il lettore ad accogliere visioni divergenti su ciò che potrebbe sembrare indiscutibile come il fatto che 1+1 = 2. Stabilito questo principio di “umiltà”, il libro si articola in tre parti: Lezioni di geometria, Teorie e Mappe. Leggendo i titoli delle sezioni, il lettore potrebbe pensare di avere tra le mani un testo che affronta temi astratti, freddi, lontani dalla vita umana. Non è così.

La voce di Blanco, che possiede la forza della parola profetica, parla dell’uomo all’uomo. Innanzitutto, in modo asciutto e immediato, ci ricorda un fatto fondamentale: il nostro essere qui nel mondo.

Non abbiamo altro corpo.

Siamo qui.

Solo qui.

Qui

(Teoria dello spazio)

 

Siamo dunque in questo mondo e siamo sottoposti alle leggi della fisica e tuttavia il nostro essere è un paradosso e un’eccezione rispetto al fatto che

tutto tende al disordine

tranne la nostra vita

(Prima teoria termodinamica)

 

blancoCiò che si avverte sin da una prima lettura è l’idea che la vita umana è qualcosa di irripetibile, di prezioso di cui il poeta non può fare altro che prendersene cura tramite l’uso di una parola purificata, ripulita dai sottofondi e dai volumi impazziti della nostra società urlante.

Quanto dolore possono sopportare le parole (storpiate, deturpate, violentate), si chiede Blanco? Ecco allora che il poeta interviene sul linguaggio, lo accoglie nella sua casa, lo nutre e, una volta salvato, lo restituisce come medicamento ad una società malata. Da ciò nasce la parola poetica, frammentario segmento rivolto alla vita.

Nelle mappe non si è percorso nulla.

Nella poesia non c’è nulla di scritto.

(VIII mappa)

 

Così, la poesia, pur non percorrendo uno spazio preciso, è movimento, un movimento rapidissimo che ci tocca interiormente senza lasciare traccia della sua traiettoria.

Le poesie sono rapidissime.

Non possiamo conoscere – allo stesso tempo – la loro forma e il loro contenuto.

E se conosciamo la forma di una poesia

mai sapremo esattamente

di cosa parla.

(Teoria dell’incertezza)

e ancora, secondo la teoria quantistica

può esistere movimento

senza traiettoria, senza percorso e senza orbita.

O almeno, senza un cammino noto

e – ciò che è più importante –

senza un cammino che si possa conoscere.

Non è questo la poesia?

(Teoria quantistica)

 

Dunque, rispetto a questa inconoscibilità della materia poetica, cosa ne è dell’uomo, del poeta stesso che è qui, in un mondo regolato da leggi fisiche e matematiche? È forse condannato ad un’esistenza schizofrenica? Blanco sembra rispondere a questo interrogativo e lo fa proprio a partire dalla geometria.

Qui si lotta e si sa, si ama e si tace, scrive nella Quarta lezione di geometria perché il nostro corpo occupa un volume, anzi è un volume e come tale ha un numero infinito di punti (Seconda teoria di geometria). E dato che il corpo umano ha in sé la qualità dell’infinito, è chiaro che non esiste separazione tra esso e la poesia.

Potrei dilungarmi ancora su ogni singola parola di questa raccolta poetica perché in ognuna si troverebbe un seme da cui far germogliare un albero di concetti, ma lascio al lettore l’emozione della scoperta.

Vorrei dedicare la conclusione di questa breve recensione all’ultima parte del libro (Mappe) svestendo i panni della blogger per indossare quelli della persona umana la cui sensibilità è stata risvegliata da immagini, evocate dal poeta, che hanno fanno parte di un proprio vissuto interiore. Chi mi conosce, sa quanto sono appassionata di mappe, reticolati geografici, cartine escursionistiche e simili. È una passione che mi riconduce all’infanzia e ai tanti mondi immaginari che si materializzavano per me nei grafici delle mappe. Non voglio aggiungere altro, sperando soltanto che altri lettori possano cogliere l’emozione che mi ha dato la lettura di questi versi:

Che cosa sono i colori di una mappa se non un sogno?

Il ricordo anestetizzato della nostra infanzia.

Le finestre aperte nell’ufficio del cartografo.

Una sorgente della più pura e semplice felicità.

(VII Mappa)

VIAGGIO NELLA LETTERATURA: IL ROMANZO DI FORMAZIONE (parte prima)

goethe_lehrjahre03_1795_0009_400pxdi Chiara Rantini

Il romanzo di formazione è un genere letterario che ha le sue origini nella letteratura tedesca del XVIII secolo. Esso tratta della crescita e maturazione di un personaggio dall’età giovanile a quella adulta. Il termine tedesco è Bildungroman dove la parola Bildung si traduce con costruzione o formazione; nel contesto letterario, indica dunque un processo che prevede la “costruzione” di una persona, o meglio la sua formazione. Può quindi designare tanto il processo di formazione in sé quanto il contenuto di ciò che è stato costruito, l’edificio che è il risultato di tale processo. Al centro del Bildungsroman c’è sempre un protagonista che, attraverso molte difficoltà, riesce ad instaurare un rapporto positivo con il mondo, ovvero riesce a conciliare ciò che alberga nel suo intimo con la realtà esteriore. Il personaggio principale, infatti, attraverso la Bildung, si rende consapevole della complessità della vita; in lui, ogni nuova esperienza può essere intesa come un gradino di una scala che porta a un completamento nel processo di maturazione verso l’età adulta.

Il Bildungsroman, come abbiamo detto, nasce in Germania ma si diffonde anche in altre realtà europee ed extra-europee con diverse sfumature. Perciò possiamo considerare il Wilhelm Meister Lehrjahre di Goethe come il capostipite del genere. Wilhelm è un giovane aspirante attore che fa della sua vita un apprendistato. È importante focalizzare l’attenzione sulla giovane età del protagonista. Infatti, la grande novità del Bildungroman rispetto ai generi letterari del passato è data proprio da un nuovo modo di considerare la “giovinezza”. L’”apprendistato” che la caratterizza non è più l’ereditare e il perpetuare la professione e lo stile di vita paterni, ma un tentativo di creare il futuro con le proprie mani; le certezze del destino vengono meno e la vita diviene un viaggio e un’avventura, in cui il protagonista sperimenta situazioni di tutti i generi, vagabondando da un luogo all’altro prima di trovare una collocazione all’interno della società. L’esplorazione quindi si rende necessaria; necessaria perché le nuove leggi economiche del mondo capitalistico rendono poco probabile la continuità generazionale e impongono un nuovo modo di vivere in cui l’individuo deve farsi strada da sé spesso mettendosi in contrasto con gli avi che lo hanno preceduto. Sono questi gli eroi o anti-eroi del Romanticismo, perennemente inquieti e in viaggio. Non è a caso quindi che i protagonisti del Bildungroman siano giovani. In quanto emblema di tale dinamismo e mobilità, cosa se non la gioventù può meglio incarnare le incertezze e le tensioni della società moderna di cui lo stesso giovane protagonista fa parte? Non può sfuggire tuttavia l’elemento contraddittorio insito nella funzione del Bildungroman; contrasto che si acuisce con la rapida evoluzione della tecnica e il formarsi di nuovi equilibri politici ed economici che creano spaesamento nell’individuo. Di fronte a questa realtà in movimento l’idea originaria del Bildungsroman, ovvero la funzione di armonizzazione e di integrazione delle aspirazioni del singolo con i valori della società che lo circonda, viene meno. Tale inadeguatezza si esaspera già nel corso del XIX secolo raggiungendo il suo apice con l’inizio del XX secolo. L’evoluzione del concetto di Io e il suo incontro con la realtà di una crescente industrializzazione non possono più seguire un percorso lineare fatto di tappe progressive. Con l’affermarsi della psicoanalisi e della filosofia nichilista si assiste ad una disintegrazione del soggetto e una rarefazione della realtà che è ben visibile in romanzi come, ad esempio, Der Mann ohne Eigenschaften di Robert Musil. Tuttavia non viene meno il tentativo di cercare una possibile armonia tra soggetto e realtà circostante, una soluzione travagliata che, attraverso un percorso di sofferenza, conduca comunque ad una crescita individuale, in cui il soggetto sia nuovamente un protagonista, malgrado tutto, nella/della società.

Nella prossima parte dedicata al romanzo di formazione che seguirà questa prima introduzione di stampo teorico, tratteremo più da vicino alcuni testi scelti tra i tanti che la letteratura di questi ultimi tre secoli ha prodotto relativamente al Bildungroman.

UNA NUOVA ANTOLOGIA A TEMA di NATI PER SCRIVERE.

zodiacoAA.VV, Tutta colpa dello zodiaco, antologia di racconti a cura dell’Associazione culturale Nati per Scrivere, Camaiore (LU), 2018

 

DODICI SEGNI, DODICI AUTORI, DODICI RACCONTI ISPIRATI AI SEGNI ZODIACALI. Storie a tinte forti che mescolano leggenda, mistero e realtà. Uno zodiaco di storie per lettori curiosi.

 

Disponibile in formato e-book su tutti gli store (Amazon, Ibs, Libreria Universitaria) euro 0,99

Disponibile in cartaceo contattando l’associazione “Nati per scrivere” (via email o Facebook) oppure sullo store di Amazon dell’associazione, euro 10,00

Vi presentiamo qui una breve introduzione ai racconti dell’antologia. Tutti diversi ma uniti da un alone di mistero e magia. Eccoli secondo l’ordine dello zodiaco. segni

Progetto Heimdallr di Alessio Del Debbio (Ariete)

Il racconto è ambientato a Berlino non una Berlino commerciale e turistica ma una misteriosa e intrigante. Ci troviamo nel centro di ricerche della Divisione all’interno della torre Flakturm che Hitler fece costruire come avamposto antiaereo. La Divisione dovrà occuparsi di fronteggiare gli attacchi delle stirpi sovrannaturali che popolano la città…ma questa volta qualcosa non andrà come previsto.

Il toro del regno dei morti di Francesco Balestri (Toro)

Tokio. Il giovane Owen, appassionato di cultura giapponese si trasferisce nella grande metropoli per approfondire lo studio della lingua. Ma l’ostilità e la solitudine che lo circonda lo condurranno a compiere una serie di delitti…Un bel thriller che vi lascerà col fiato sospeso.

L’uniforme di Chiara Rantini (Gemelli)

Il racconto ha come protagonista un giovane ufficiale. Si tratta di un personaggio tormentato, scisso tra un dover apparire e un voler essere. La chiave del suo disagio esistenziale è rappresentata dall’uniforme di cui tutti ignorano l’arcano potere…

La farfalla dorata di Daniela Tresconi (Cancro)

Una storia di amicizia e di cambiamento. Un gruppo di amiche, nella sera del solstizio d’estate decidono di partecipare ad un rito sciamanico che si svolge in una località megalitica. In realtà, in quella notte accadrà qualcosa che cambierà la vita della protagonista per sempre.

Pecora di Romina Bramanti (Leone)

Pecora è la storia di un ragazzo qualunque che un giorno riceve uno strano messaggio su Telegram. Da quel momento la sua vita sarà sconvolta da un crescendo di fatti sanguinosi di cui è difficile capire la logica. Un racconto che parla di un futuro dominato da una realtà virtuale non molto lontana.

Nel segno della Vergine di Luciana Volante (Vergine)

L’omicidio di un uomo nel borgo di Montecarlo in provincia di Lucca sconvolge tutta la piccola comunità. Varie ipotesi sul presunto assassino vengono formulate ma pare che solo il narratore conosca la verità per quanto non possa assolutamente confessarla.

Ossessione di Simone Falorni (Bilancia)

Il racconto affronta i timori di un insegnante nei confronti di un assassino che si aggira nella città di Empoli in cerca di persone obese da uccidere. Essendo anch’esso un obeso, la preoccupazione rasenta il confine con l’ossessione. Un finale che vi lascerà di stucco.

Ottimo lavoro! di Maria Pia Michelini (Scorpione)

Il racconto prende le mosse dal dialogo tra un uomo e una donna, entrambi dello Scorpione che si sono amati tra passione e improvvise gelosie finché la vicenda arriva ad un punto di non ritorno.

Tom Waits è del Sagittario di Mirko Tondi (Sagittario)

È la storia di due personaggi che si incontrano casualmente. Lui è un venditore porta a porta di musicassette, lei lavora per un’azienda di import-export. Ambientazione anni ’80 e tanta buona musica in questo racconto.

Snap! Znot! Shot! di Leandra Cazzola (Capricorno)

Kate è nata sotto il segno del Capricorno. Vive a New York dove ritrova la sua nemesi fin dall’infanzia: Michael, un acquario. Lei custodisce un segreto che viene tramandato di donna in donna nella sua famiglia. Ma Michael ha altri progetti…

Caronte di Elena Covani (Acquario)

Chad è il guardiano di Oniria, un posto popolato dagli incubi degli uomini, dove approdano solo le anime che si sono perse. Figura quasi ironica, Chad non corrisponde all’immagine del vero Caronte come traghettatore di anime dato che, giunto Julius, dovrà improvvisarsi come aiutante nella ricerca dell’anima della moglie di colui che è appena morto.

Il canto dei pesci di Furio Detti (Pesci)

Ambientato in luoghi ostili popolati da ghiacci eterni, questo racconto narra a tinte forti una storia di sopravvivenza, una lotta in nome dell’amore inserite in una trama misteriosa, a tratti mistica a fianco di un’ambientazione tecnologico-scientifica.

 

Le figlie di Eco. Amori impossibili tra letteratura e vita. Parte prima: Adèle Hugo e la ricerca di un’identità.

portrait_presumed_adele_hugo_hidi Chiara Rantini

Comincia con una breve riflessione sulla vita della figlia del celebre scrittore francese, questo itinerario letterario alla scoperta di tre donne che sperimentarono il fascino e il peso della letteratura in prima persona attraverso le loro tormentate relazioni con importanti scrittori e pensatori del XIX e del XX secolo.

Nei prossimi articoli, le protagoniste saranno Felice Bauer, fidanzata e promessa sposa di Franz Kafka e Regine Olsen, fidanzata di Søren Kierkegaard. Adèle Hugo sembra essere un caso a parte, non per la sfortunata relazione, ma per il soggetto del suo amore che non fu un letterato né un uomo di pensiero. Tuttavia, questo amore impossibile fu ciò che maggiormente la portò sul labile confine tra finzione letteraria e vita reale.

journal«Questa cosa incredibile da fare, che una giovane donna, schiava al punto di non poter andare a comprare della carta, vada sul mare, passi dal vecchio al nuovo mondo per raggiungere il proprio amante, questa cosa qui, io la farò. Questa cosa incredibile da fare che una giovane donna che oggi non ha altro che un pezzo di pane datogli in elemosina dal padre, abbia in quattro anni, nelle tasche solo un po’ di denaro giusto per lei, questa cosa io la farò.» (estratto dal “Journal”; trad. mia)

Adèle Hugo nacque a Parigi nel 1830, quinta figlia del celebre scrittore Victor Hugo. Fin da piccola dimostrò particolare disposizione verso la musica e le arti letterarie. Ebbe un’infanzia felice improvvisamente turbata dalla morte, nel 1843, della sorella Léopoldine. Questo lutto segnò particolarmente Adèle e tutta la famiglia. Circa in quello stesso periodo, la madre visse uno stato di depressione e Adèle ne fu particolarmente colpita. Di carattere schivo e riservato fin da piccola, il suo carattere divenne ancora più ombroso in seguito ad un episodio di febbre altissima che fece disperare per la sua vita. Nel 1852 seguì il padre in esilio a Guernesey, ma ben presto fu colta da una profonda depressione che la costrinse al rientro in Francia nel 1858. Nel 1861 si recò in Inghilterra insieme alla madre, nella speranza che la fine dell’isolamento a cui era stata costretta dall’esilio, potesse migliorare la sua situazione psicologica. In Inghilterra incontrò il tenente Pinson di cui s’innamorò totalmente, ma senza speranza poiché non si rivelò un amore profondo e sincero. Pinson fu sedotto dalla bellezza e dall’intelligenza di Adèle ma per lui non fu che un divertissement passeggero; Adèle tuttavia non intese arrendersi tanto facilmente, così seguì Pinson fino ad Halifax in Canada, dove il tenente era stato assegnato. Purtroppo i suoi tentativi di riconquistare l’affetto del suo amato fallirono e, dopo essere stata ripetutamente rifiutata, sprofondò nella follia. Dopo essere passata per le isole Barbados, sempre sulle tracce di Pinson, rientrò in Francia nel 1872 e il padre fu costretto ad internarla nell’ospedale psichiatrico di Saint-Mandé, quindi all’ospedale di Suresnes dove morirà nel 1915, unica tra i figli di Hugo a sopravvivere al padre.

Adèle era la secondogenita di Victor. Non fu mai troppo considerata in famiglia e visse sempre all’ombra del padre (lei avrebbe preferito avere un padre sconosciuto) e della sorella maggiore, la preferita di Victor. Quando essa morì annegata, il padre scrisse la celebre poesia “Demain, dès l ́aube” e Adèle, che era stata gelosa di Léopoldine, finì per essere assalita dai più terribili rimorsi. Il sentirsi rifiutata da tutti e prima ancora dalla sua stessa famiglia, fu una costante della vita di Adèle. Addirittura, per non rovinare la reputazione del padre scrittore, il fratello Charles tenne nascosta l’esistenza della sorella alla futura moglie per tutto il lungo periodo che Adèle trascorse lontano dalla patria. Facciamo però un passo indietro. Quando Adèle giunse ad Halifax era in incognito e, durante il suo soggiorno, cambiò continuamente identità. Ufficialmente questo stratagemma le serviva per non farsi scoprire da Pinson; in realtà, Adèle cancellando la vera identità, stava avviando un processo di annullamento della propria persona. Avere un’identità definita non le serviva più.

Quando Adèle lasciò la Francia, conosceva già il responso della sua storia d’amore. Pinson non la voleva e aveva fatto di tutto per fuggire da lei. Tuttavia non vi fu alcun segno di scoraggiamento da parte della figlia di Hugo: anzi più la realtà sembrava essere contraria alle sue aspettative, maggiore risultava la spinta ad andare avanti. C’è da chiedersi se Adèle fosse ancora veramente innamorata di Pinson o cercasse piuttosto di affermare qualcosa di sé, una sua eccellenza così come il padre aveva fatto nel campo della letteratura, sacrificando anche parte della propria vita privata.

Vista dall’esterno, la storia d’amore di Adèle si caratterizza come un monologo interiore perché nel rapporto con Pinson non esiste alcuna corrispondenza: non potrebbe essere diversamente, dato che la differenza culturale e sociale tra i due amanti è considerevole. Non è con lui che la giovane donna vuole relazionarsi: il riferimento costante di Adèle è la famiglia che è rimasta in Francia. È infatti alla madre e al padre che Adèle deve rendere conto e lo si capisce dalla fitta corrispondenza che intrattiene con loro. Ma c’è un’altra relazione ben più importante, che è rappresentata dal continuo e quasi narcisistico dialogo con se stessa, ben visibile nelle migliaia di pagine scritte nei diari. Pinson, a questo punto, potrebbe anche non esistere più o essere soltanto un’idea perché non è lui, come uomo in particolare, ciò che interessa la giovane figlia di Hugo. Ecco dunque che la vita di Adèle perde il contatto con la realtà e diventa essa stessa letteratura.

La storia di Adèle Hugo fu scoperta nel 1955 quando furono ritrovati per caso i suoi diari. Da questi diari che scrisse con cura maniacale per tutta la sua lunga esistenza, esce il ritratto di una donna che ebbe grande talento nella scrittura ma che non trovò le condizioni storiche e familiari giuste per potersi liberare dalle ombre che turbavano la sua mente. Resta di lei una mole enorme di pagine scritte, alcune foto in bianco e nero e pochi ritratti a cui si aggiunge la superba interpretazione cinematografica a posteriori da parte di Isabelle Adjani nell’indimenticabile film di F. Truffaut “Adèle H. Une histoire d’amour” del 1975. Buona lettura.